Ariano che se ne va

arianoche (1)

Riporto una lettera di mio cugino Vittorio, pubblicata un po’ di anni fa sul blog dell’amico Antonio Romano http://antonioromano75.wordpress.com/2008/03/09/ariano-che-ritorna/ inerente al libro “Ariano che se ne va” di Nicola Savino e Ottaviano D’Antuono (mio padre).

Volevo scrivere io qualcosa, ma credo che questa lettera sia perfetta…per descrivere la lenta agonia di un paese…martoriato dalla politica.

UNA LETTERA SINCERA

Nelle strade deserte tra case scrostate intrise d’umidità cronica, tanto cronica da farsi necessaria, s’apre il largo d’un paese. Semideserto da più punti di vista. E lo amiamo, legati al campanile dal famosissimo elastico, quello che più ti allontani e più velocemente ti riporta indietro.. Sono stato tanto tempo a girare in tondo, a guardare dalla porta a vetri d’un bar quello che succedeva intorno senza partecipare, compiacendomi della mia critica ironia. Ma poi tutto nasce da lì, dal cancro della terra, dalla discarica, dalla terra della mia eredità affettiva. Nel tempo, col poco che potevo ho spostato lì la mia residenza, ho risollevato palizzate e riaggiustato tetti, percorso quei tratturi polverosi ed allevato cavalli in quella terra, cercando di darle un minimo di quello che lei, nonostante le ferite inguaribili, aveva dato a me nei miei ricordi mai sbiaditi di bimbo e di adolescente. E’ stato un viaggio di maturazione, di comprensione del silente ma mai immoto gioco degli elementi naturali. All’ombra della discarica per un anno, ho visto l’acqua del Lavello scorrere melmosa a rosicchiare ancora un pò gli argini bassi. Ho imparato a scavarmi dentro e farmi delle domande.L’ho fatto grazie alla mia unica amica e compagna, che mi ha incoraggiato, aiutato, spesso sostituito. La sera di ritorno a casa guardavo dal castello quella terra, riconoscendola dalla luce sul campanile di Monteleone, rifiutandomi di identificarla nel buio dalle tre luci della discarica. Ho visto i contadini tristi e amari, coi pugni chiusi e ho vissuto con loro per un anno, condividendone quotidianamente le gioie e i dolori con una curiosità ed uno zelo mai provato prima. Ho visto il mio puledro nascere all’alba mentre una comunità festante si complimentava con me come se fossi suo padre. tra ortiche e sterpi ho dimenticato quella voragine nell’anima cucendo con la mia nuova quotidianeità le ferite decise in me dai Grasso,De Mita, Bassolino, De Simone di turno. Cosa è stato fatto della mia terra senza che io lo chiedessi, senza che io lo volessi? Cosa è stato dei miei compaesani dai corpi scempiati dai tumori, dalle viscere ulcerate, dai polmoni in metastasi, dalle gole tracheotomizzate? “La risposta è nel soldo” gridava Jhon Goodman mentre picchiava Clooney con un bastone in “Brother where art thou?”.. L’elogio funebre di Tommaso Vitale suona cupo come una condanna: “E dovevamo solo noi arianesi restare immobili spettatori in mezzo a questo lodevolissimo affannarsi di patrie glorie?” Nel 1909, quando fu edito, l’autore diceva “no signori, no.” E invece dopo cent’anni anche nei quindici giorni agostani di apparente semi risveglio dal torpore “a me signori, quegli esseri brulicanti sul dorso del castello nelle notti serene d’estate sembrano esseri indistinti sul dorso d’un leone, più che addormentato, morto addirittura, e per sempre”. E finchè non vedrò uno come i “cafoni” che odiamo, i soli che abbiano la coscienza reale del territorio, mani sporche di terra e unghia spezzate, non riuscirò a credergli. Ti abbraccio. Vittorio D’Antuono. March 17, 2008 at 1:15 am

s.france

Distruzione della meravigliosa chiesa di San Francesco dopo il terremoto del 1980 // Disegno di Ottaviano D’Antuono

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